Quanto ci costa la povertà di quel sant'uomo
Ascolto con piacere gli appelli di papa Francesco alla povertà. Ho l'impressione che così facendo egli voglia preparare la strada a qualche cambiamento radicale nella vita della chiesa. E' giusto infatti dire che Gesù non aveva un conto in banca, ma allora vorrà dire che non è in linea neppure la chiesa che non ha certamente un conto in banca, ma possiede addirittura una banca di grande valore.
Noi certo non possiamo ritornare al modo di vita di Gesù. Avere o non avere un conto in banca non cambia nulla. A volte è necessario averlo. Ciò che conta è ciò che vi mettiamo dentro e il valore che gli diamo. Al di là di questa considerazione, dobbiamo ricordare che la povertà si misura a partire dalla solidarietà. Era così anche per la chiesa di Gerusalemme. Ma oggi per le nostre chiese questa solidarietà implica un cambiamento radicale delle strutture ecclesiali. Come creare questa solidarietà fra le persone che assistono a una messa domenicale? Come affrontare il problema dei poveri, dei malati, dei carcerati, senza delegare a nessuno quelli che sono i compiti di una vera comunità cristiana. Come creare una mentalità di impegno per il bene comune in una società affetta da un devastante individualismo?
Toccando il tema della povertà si mettono in questione aspetti non del tutto marginali della vita della chiesa. E' difficile, ma se non si fa così si rischia che, per amore di una povertà mal intesa, si finisca di pagare costi molto alti in termini di denaro e di rapporti fra le persone.
Inviato mercoledì 12 giugno 2013 alle 12.21 Commenti (3)

Contro l'ipocrisia
Bene ha fatto papa Francesco a stigmatizzare l’ipocrisia. Ma cos’è l’ipocrisia? Secondo me consiste nel dire (in parole e con i gesti) quello che non si pensa e, viceversa, nel non dire quello che si pensa. In altre parole, l’ipocrisia consiste nel nascondere se stesso, mettendosi una maschera che non corrisponde a quello che si è veramente. Ma penso che esista un’ipocrisia ancora più micidiale, che consiste nel non pensare del tutto. E questo credo che sia soprattutto il peccato del clero. Non per nulla clerk in inglese significa funzionario. Il funzionario non pensa, esegue. La stessa cosa avviene negli ambienti clericali. Bisogna accettare i dogmi, eseguire le disposizioni che vengono dall’alto, dimostrare sempre un grande ossequio verso l’autorità. Perché? Perché è così! Perché chi dubita, chi si pone dei problemi, chi dissente è tagliato fuori da quella carriera a cui, secondo papa Francesco, nessun chierico dovrebbe tendere.
Per fortuna non tutti gli ambienti della chiesa cattolica sono clericali. Ma mi stupisce che non ci sia mai un vescovo che dissente. A meno che sia emerito.
Inviato giovedì 6 giugno 2013 alle 12.01 Commenti (3)

In ricordo di Andrea Gallo
Vorrei ricordare don Andrea Gallo prendendo un brano di un'intervista da lui rilasciata a Fulvio Renzi e pubblicata su “il manifesto” del 28 maggio 2013
«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie....) Ovunque io vada, e ormai giro l'Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un'altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l'obiettivo comune di una civiltà che, grazie all'impegno personale, rendiamo a misura d'uomo.
Inviato mercoledì 29 maggio 2013 alle 15.43 Commenti (1)

Mafia e mafiosità
Fra tanti commenti sulla beatificazione di don Puglisi riporto quello pubblicato sul corriere della sera il 25/05 da don Ciotti.
"Molti hanno cercato di dare una definizione all'attività pastorale di don Pino. Voglio sottolineare come la definizione «prete antimafia» sia sbagliata non solo perché ogni definizione, sia pure attribuita con le migliori intenzioni, impoverisce la complessità di una vita. Ma perché Puglisi aveva capito che il problema non è tanto la mafia come organizzazione criminale (se così fosse basterebbero la magistratura e le forze di polizia) quanto la mafiosità, il mare dentro cui nuota il pesce mafioso. L'assassinio di don Pino Puglisi ci ricorda che sconfiggeremo le mafie solo quando saremo capaci di fare pulizia attorno e dentro di noi, quando supereremo gli egoismi, i favoritismi, i privilegi e l'inevitabile corruzione che questo modo d'intendere la vita porta con sé. Solo quando avremo il coraggio di riconoscere anche le nostre responsabilità non solo dirette ma indirette, riferibili a quel peccato di omissione che consiste nell'interpretare in modo restrittivo e formale il nostro ruolo di cittadini. In tal senso la beatificazione di don Pino Puglisi è, paradossalmente, una «spina nel fianco» per tutti noi".
Inviato domenica 26 maggio 2013 alle 20.58 Commenti (0)

I pastori del gregge
Il Papa offre una meditazione molto profonda sul ruolo dei pastori, esortando alla ''vigilanza'' spirituale, contro carrierismi e mentalità del mondo, ''lusinghe del denaro'' e ''compromessi''. E disegna una Chiesa vicina allo spirito delle ''origini'', guidata da pastori che sappiamo porsi ''davanti'' al gregge ma anche, se necessario, ''in mezzo'' e ''dietro'' a questo. ''In mezzo'', cioè capaci di ascoltare chi soffre e sostenere chi teme di non farcela; ''dietro'', cioè pronti a abbandonare ''ogni forma di supponenza'', visto che ''dalla condivisione con gli umili la nostra fede esce sempre rafforzata''. Il vescovo cui pensa il Papa non è ''distratto, dimentico, insofferente'' né ''impigrito dallo spirito del mondo'', bensì è ''legato alle persone e alle comunità'' a lui ''affidate''
(comunicato ANSA sull'omelia della messa del Papa con i vescovi italiani del 23 maggio 2013).
Le parole del papa valgono certamente per i vescovi italiani e non solo, ma valgono anche per noi. Come potrà un gregge amorfo avere vescovi e sacerdoti che sappiano veramente guidarlo sulle strade del vangelo?
Inviato sabato 25 maggio 2013 alle 10.15 Commenti (1)

Di chi è la colpa?
Ma i diavoli esistono davvero? La domanda sorge a intermittenza fra i cristiani. Il papa parla dei diavoli come esseri personali: allora bisogna credere che il diavolo sia veramente un essere personale che allontana gli uomini da Dio? Il papa prega su un malato che gli è presentato come indemoniato: allora ha fatto un esorcismo?
Il problema dell'esistenza del diavolo è molto antico. Nella religione giudaica al tempo di Gesù era molto sentita la necessità di spiegare l'origine del male senza addossarne la colpa a Dio. Perciò si davano diverse interpretazioni. Per alcuni la colpa era di un uomo (Adamo), per altri era precisamente dei diavoli, considerati come angeli decaduti. Ma in ambedue i casi si proiettava la responsabilità su altri, senza prendere in considerazione la responsabilità di ciascuno di noi, come individui e come collettività. Il male consiste in un groviglio di rapporti sbagliati nel quale ciascuno di noi si trova immerso fin dalla nascita e che egli stesso, crescendo, contribuisce a sviluppare con i suoi atti di violenza, le sue omissioni, le sue connivenze.
E allora non parliamo di diavoli ma di noi stessi, delle nostre responsabilità, delle possibilità che abbiamo a disposizione per rendere migliore il mondo in cui abitiamo. Alla connivenza nel male sostituiamo la solidarietà nel bene, anche a costo di grandi sacrifici. Non consiste in questo l'essere la comunità di Gesù e la famiglia di Dio?
Inviato mercoledì 22 maggio 2013 alle 17.18 Commenti (1)

Dopo la strage di Dacca
Il crollo del Rana Palace, alla periferia di Dacca, che ospitava cinque fabbriche tessili, si è sbriciolato il 24 aprile provocando la morte di almeno 1.127 persone, per la maggior parte operai, e il ferimento di altre 2.438, ha avuto almeno un effetto positivo. Le grandi multinazionali come H&M, Tesco e Zara, che affidano parte della loro produzione a fabbriche in Bangladesh, si sono dette disponibili alla firma di un accordo sull'aumento della sicurezza del lavoro nel Paese asiatico, della durata di cinque anni.
L'accordo sulla sicurezza prevede il rispetto di norme antincendio, l'accesso dei sindacati alle fabbriche, la formazione di comitati di operai per la sicurezza, consentirà agli operai di rifiutare lavori che mettono a rischio la propria incolumità e obbligherà le aziende a pagare di tasca propria i lavori di ristrutturazione edilizia delle fabbriche. Secondo IndustrialALL, saranno i sindacati locali e alcuni ispettori indipendenti a controllare che le aziende adempiano agli obblighi.
C'è da rallegrarsi. Ma restano alcune domande. Saranno le multinazionali disposte a pagare di più per i prodotti confezionati in Bangladesh? Saremo noi disposti a pagare di più gli abiti che compreremo? Chi controllerà i sindacati locali perché esercitino il controllo richiesto? Purtroppo i codici etici delle grandi aziende restano spesso disattesi e i dipendenti, pur di non perdere il lavoro, sono spesso disposti a chiudere un occhio, o forse tutti e due.
Bene dunque gli accordi. Ma al tempo stesso è necessario creare una mentalità per cui il bene comune è più importante dell'interesse personale
   
Inviato giovedì 16 maggio 2013 alle 11.10 Commenti (1)


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