Crisi e chiese europee
Fulvio Ferrari ha scritto oggi su Riforma, il settimanale delle chiese evangeliche battiste e valdes, a proposito della crisi che stiamo vivendoi:

"Le chiese, insomma (non le dirigenze, ma donne e gli uomini che delle chiese fanno parte) sono, si potrebbe dire, unite nella crisi, da essa coinvolte, in modi diversi, ma tutte assai a fondo. E che dicono, le chiese europee, sulla crisi? Quale messaggio lanciano ai milioni di donne e di uomini angosciati per il lavoro, la casa, i figli da mantenere? Quale posto ha, questa crisi maledetta e assassina, nell’agenda del movimento per l’unità della chiesa? L’impressione è che le chiese parlino d’altro: di se stesse, di chi tra loro sia veramente chiesa «in senso proprio », e simili. Oppure dicono di difendere la vita: quella degli embrioni e quella di chi chiede la libertà di decidere come morire. La vita minacciata dalla fame, dai licenziamenti, dal tentativo di sfruttare la crisi per colpire i diritti di chi lavora sembra meno interessante. Le singole chiese sono concentrate altrove e di conseguenza lo è anche il movimento per l’unità. Forse è normale che sia così, che le chiese continuino a ritenere che le loro questioni di potere e gerarchie siano quelle decisive. Ma allora è anche normale che il loro parlare e il loro agire lasci completamente indifferenti le persone che ritengono, non credo a torto, che i loro problemi siano altri".
Inviato giovedì 17 maggio 2012 alle 10.17 Commenti (1)

Crisi e chiese europee
Fulvio Ferrari ha scritto oggi su Riforma, il settimanale delle chiese evangeliche battiste e valdes, a proposito della crisi che stiamo vivendoi:

"Le chiese, insomma (non le dirigenze, ma donne e gli uomini che delle chiese fanno parte) sono, si potrebbe dire, unite nella crisi, da essa coinvolte, in modi diversi, ma tutte assai a fondo. E che dicono, le chiese europee, sulla crisi? Quale messaggio lanciano ai milioni di donne e di uomini angosciati per il lavoro, la casa, i figli da mantenere? Quale posto ha, questa crisi maledetta e assassina, nell’agenda del movimento per l’unità della chiesa? L’impressione è che le chiese parlino d’altro: di se stesse, di chi tra loro sia veramente chiesa «in senso proprio », e simili. Oppure dicono di difendere la vita: quella degli embrioni e quella di chi chiede la libertà di decidere come morire. La vita minacciata dalla fame, dai licenziamenti, dal tentativo di sfruttare la crisi per colpire i diritti di chi lavora sembra meno interessante. Le singole chiese sono concentrate altrove e di conseguenza lo è anche il movimento per l’unità. Forse è normale che sia così, che le chiese continuino a ritenere che le loro questioni di potere e gerarchie siano quelle decisive. Ma allora è anche normale che il loro parlare e il loro agire lasci completamente indifferenti le persone che ritengono, non credo a torto, che i loro problemi siano altri".
Inviato giovedì 17 maggio 2012 alle 10.16 Commenti (0)

Poveri o ricchi: ma di che cosa?
In un'intervista sull'Abbé Pierre è stato chiesto a Renzo Fior: "L’Abbé Pierre parlava dell’“impegno di lavorare per dare pane a quelli che hanno fame e per dare fame a quelli che hanno del pane”. La “fame” di chi ha già il pane è quella per la giustizia. Oggi c’è più fame di pane o di giustizia?"
La risposta è stata questa: “Direi che la ‘fame’ che oggi abbiamo è quella di ragioni e speranze per vivere. Nei miei viaggi attorno al mondo per visitare i gruppi Emmaus ho riscontrato maggior serenità, fiducia e felicità in tante persone che avevano sì fame di riso o di pane, ma che avevano nell'intimo del loro cuore la consapevolezza di possedere un tesoro di umanità e di condivisione che li rendeva capaci di sopportare con serenità anche queste mancanze. Purtroppo il nostro orizzonte si limita alla ‘pancia’ e dimentichiamo che abbiamo una mente, un cuore che non ha confini e che ha per vocazione l'abbracciare il mondo, essere aperto agli altri, condividere e sentirsi parte di una umanità fraterna. È da qui che nasce allora l’impegno per la giustizia: rimettere ordine nella nostra vita ponendo in primo piano le cose che valgono”.
E' un'affermazione su cui riflettere in un tempo in cui si ha l'impressione che l'unica crisi sia quella di non essere poveri, ma meno ricchi.
Inviato lunedì 14 maggio 2012 alle 17.36 Commenti (1)

Diventeremo poveri
Diventeremo poveri!
È questo lo spauracchio che ci perseguita. Come allontanarlo? Semplicemente come facciamo con la morte, cioè rimuovendolo? E facendo finta, disperatamente, di essere ancora ricchi? Ma è così drammatico essere poveri? Mi ha sempre sorpreso quanto poco sia necessario per poter vivere. È vero, sotto una certa soglia la povertà non è più accettabile. Ma allora dovremmo chiamarla miseria. La povertà è un’altra cosa.
Ma un conto è essere poveri, un conto è diventarlo. Come posso gestire il mio diventare povero in modo autonomo, senza imprecare contro la crisi economica e il governo di turno che inasprisce le tasse? Credo che la prima cosa da fare sia convincersi che la povertà non è una disgrazia, ma un’opportunità, è una delle grandi risorse che ha l’uomo per vivere una vita decorosa e serena. E poi cominciare a vivere da poveri: eliminare gli sprechi, riciclare tutto ciò che può essere ancora utile, non preoccuparsi di sostituire i vestiti ancora buoni, cercare le offerte al supermercato, non comprare cibi superflui, e rinunziare a tante cose inutili come fanno i poveri veri.
Ma soprattutto, per gustare la povertà bisogna avere del tempo libero e farne buon uso per la famiglia, le amicizie, la comunità, la solidarietà. Il ricco non ha tempo per queste cose. E appena può, scappa per andare a godere un po’ di aria pulita. A Milano non si può stare perché l’inquinamento è micidiale. Strano, in una città in cui vivono 573 ultracentenari
Inviato martedì 1 maggio 2012 alle 14.34 Commenti (3)

Un dissenso costruttivo
Certo i vescovi degli Stati Uniti avranno le loro ragioni per opporsi alla riforma dell'assicurazione-malattia dell'amministrazione Obama per il fatto che generalizza il rimborso delle spese per contraccezione e aborto. Altri invece ritengono giusto che lo stato assicuri a tutti l'assistenza sanitaria anche in caso di contraccezione e aborto, nel rispetto delle leggi che regolano questa materia. Alla fin fine si tratta di un giudizio che riguarda non la fede ma una decisione politica sulla quale è lecito avere posizioni diverse.
Non riesco però a rendermi conto del fatto che, in base a una valutazione negativa di un punto del programma portato avanti dal Presidente, i vescovi squalifichino tutta la sua amministrazione, aprendo così la porta al candidato repubblicano. Così facendo vengono ad approvare una politica che ha portato a due guerre in Medio Oriente, i cui effetti si vedono ancora oggi. E' difficile capire come l'amore per la vita arrivi a tali eccessi.
Perciò sono riconoscente alle suore americane che hanno avuto il coraggio di prendere una decisione autonoma in favore di Obama, non fermandosi a un punto specifico ma allargando lo sguardo al programma nella sua globalità. E' un esempio di dissenso costruttivo, al quale bisogna guardare con rispetto e dal quale è possibile trarre esempio anche in altri campi.
Inviato lunedì 23 aprile 2012 alle 18.37 Commenti (3)

Che cosa vuol dire credere
Nel numero di qprile del mensile Jesus, Enzo Bianchi ha scritto un articolo intitolatoSulla capacità di credere si gioca il futuro dell'umanità.Ne cito alcuni passaggi:
"Dovremmo chiederci quanto dell’attuale difficoltà a credere non dipenda da un clima di progressiva sfiducia negli altri, nella situazione sociale ed economica, nel futuro stesso. Fede, infatti, è mettere fiducia, fidarsi, è un’attitudine complessiva della persona: per questo le difficoltà a credere si radicano nel profondo, nelle difficoltà stesse del mestiere di vivere. La fede, il credere è una realtà antropologica fondamentale, costitutiva dell’esistenza umana, come la ragione e il linguaggio: è un atto della libertà dell’essere umano, tanto che possiamo affermare che non ci può essere umanizzazione autentica senza fede. In altre parole, non si può essere uomini senza credere, perché credere è il modo di vivere la relazione con gli altri; e non è possibile nessun cammino di umanizzazione senza gli altri, perché vivere è sempre vivere con e attraverso l’altro. (...)
Quando si parla di fede occorre dunque evitare di pensare immediatamente al credere in verità, in dogmi, ma cogliere la fede innanzitutto come quell’atto che consiste nel mettere il piede sul sicuro (cf. Sal 20,8-9; 125,1; Is 7,9), nell’affidarsi come un bambino attaccato con una fascia al seno di sua madre (cf. Is 66,12-13), sicuro in braccio a lei (cf. Sal 131,2)".
Mi trovo pienamente d'accordo con Enzo Bianchi. La fede è parte integrante dell'essere umano. E' dunque importante non disgiungere fede umana e fede religiosa. E soprattutto è importante non identificare la fede con l'accettazione acritica di teorie religiose ritenute e imposte come rivelate. L'aver fatto questo è una delle cause più determinanti dell'ateismo moderno.
Inviato lunedì 16 aprile 2012 alle 16.34 Commenti (4)

Il perdono dei peccati
Una delle verità fondamentali del cristianesimo è il perdono da parte di Dio dei nostri peccati per mezzo di Gesù. Per secoli la teologia ha cercato di spiegare questo dato. La soluzione più immediata è stata quella di interpretare in senso sacrificale la morte di Gesù, affermando che egli è morto "al nostro posto", cioè prendendo su di sé il castigo che spettava a noi. Per fortuna oggi questa spiegazione è superata. E allora, come spiegare questo perdono mediante Cristo?
Io non penso che, mediante Cristo, Dio ci abbia dato un perdono che prima ci aveva negato. Dio è perdono, senza limiti di tempo e di spazio. Gesù non ha attuato il perdono di Dio, ma lo ha rivelato. Nel suo martirio doloroso, conseguenza del suo mettersi dalla parte degli ultimi, appare plasticamente l'amore misericordioso di Dio verso tutti. E, d'altra parte, il suo esempio ci apre la strada per vivere come testimoni di questo amore.
Credo che non bisogna avere paura di dire che è l'esempio di Gesù che ci libera dalle nostre meschinità e ci rende artefici di un mondo migliore. E' l'esempio che trascina, in quanto pone in atto delle dinamiche che si contagiano a un numero infinito di persone. In questo esempio c'è la potenza del suo Spirito. E' il ricordo di Gesù, del suo esempio, che ci salva. In fondo, anche i sacrifici dell'Antico Testamento avevano il significato di ricordo dell'alleanza tra JHWH e Israele.
Perciò non direi che la scomparsa di un'interpretazione espiatoria della morte di Gesù ci lasci privi di una spiegazione teologica del perdono di Dio in Cristo. L'esempio è l'unica spiegazione di come la grazia di Dio in Cristo operi nei nostri cuori. Fermo restando che l'esempio di Gesù si rende visibile in quello di tanti altri martiri come lui, ed è capace di muovere i nostri cuori perché in essi già opera la grazia di Dio, radicata nel fatto di essere stati creati a sua immagine e somiglianza.
Inviato lunedì 9 aprile 2012 alle 11.52 Commenti (0)


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