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SCHEDA BIBLICA
 
Rivelazione e fede nel concilio
del 01/01/2013 tratto da Rocca
 

Rivelazione e fede nel concilio 

di Carlo Molari 

Il Concilio Vaticano II ha rappresentato un evento di particolare importanza anche per il movimento suscitato. Molti spunti impliciti nei testi, con il passare del tempo appaiono in una luce nuova. Il Concilio ha diverse espressioni relative alla fede collegata alla rivelazione di Dio. Ho già ricordato l'opinione del teologo ChristophTheobald(Rocca,21/2012p.52)secondo cui nei testi dell'ultimo Concilio sono presenti «due concezioni diverse di rivelazione, l'una concepita secondo il modello biblico di «comunicazione», dominante nel Vaticano II, e l'altra compresa secondo il modello di «istruzione» ereditato dal concilio Vaticano I» (Recherches de science religieuse 100 (2012) p. 69). A questa duplice concezione corrisponde un duplice modo di considerare la fede: uno più vitale, come abbandono fiducioso in Dio (Dv 2), e l'altro più dottrinale come complesso di verità «da credere e da applicare nella pratica della vita» (Lg 25). Proprio questa dualità esige uno sviluppo interpretativo e diventa uno stimolo per approfondire le nozioni di rivelazione e di fede. 

Rivelazione 

Il testo principale relativo alla rivelazione afferma: «l'economia di rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esso contenuto» (Dv 2). Da questa sintetica descrizione possiamo comprendere alcuni dati fondamentali. La rivelazione non consiste in dottrine insegnate ma in 'opere' compiute da Dio nella storia, cioè in eventi storici che gli uomini vivono consapevoli di una presenza divina. Il modo come essi hanno interpretato tale presenza è molto diversa dalla nostra. A questo proposito occorre sempre tenere presente che per molto tempo nel mondo antico gli eventi della creazione (come i terremoti, i fenomeni atmosferici, le inondazioni, lo sviluppo dei viventi, ecc.) e della storia (la vittoria o la sconfitta in guerra, le condizioni di povertà o di benessere, le malattie, la morte ecc.) venivano attribuiti all'azione diretta di Dio o di esseri trascendenti. Si pensava a Dio come a un attore che operava nella stessa sfera degli attori umani, anche se più potente di tutte le creature. Oggi, invece, intendiamo l'azione divina come forza che rende possibile l'esistenza e l'agire delle creature. In questa prospettiva la rivelazione di Dio avviene sempre attraverso attori umani coinvolti in esperienze vissute in rapporto con Lui. Ma mentre essi attribuivano a Dio ciò che accadeva prescindendo dalle cause create, noi vediamo tutti gli eventi come il risultato di decisioni e di azioni di creature, attraverso le quali l'energia creatrice si esprime nella storia umana. In questa prospettiva non esistono due processi: la creazione e la rivelazione (e salvezza). L'unico processo è creativo rivelativo e salvifico. Questa è la ragione per cui nell'ultima Costituzione approvata (la Gaudium et spes) il Concilio ha evitato accuratamente il termine 'soprannaturale'. In tale modo ha voluto sottolineare che esiste un'unica economia che ingloba creazione, rivelazione e storia di salvezza fino al primo compimento nell'evento Cristo in attesa del definitivo compimento nella gloria. Queste concezioni antiche e oggi desuete si riflettono spesso nelle descrizioni della storia salvifica, ma non fanno parte costitutiva della rivelazione. In altre parole noi non dobbiamo avere le stesse convinzioni di tutti coloro che vissero esperienze della storia salvifica pervenuteci come eventi rivelativi. Vi sono quindi due componenti negli eventi rivelativi: l'azione divina soggiacente e il dinamismo autonomo delle creature coinvolte che operano e interpretano lo svolgersi degli eventi secondo il loro l'orizzonte culturale. Corrispondentemente vi sono due componenti nelle narrazioni degli eventi rivelativi la verità divina emergente e la modulazione umana che la esprime con parole. Le parole quindi che fioriscono all'interno dell'esperienza di rivelazione e di salvezza sono parole umane e portano tutti i limiti delle creature e della loro cultura. Le parole che accompagnano l'evento come le parole con cui l'evento sarà narrato, non esprimono compiutamente la sua verità o il suo messaggio, ma lo traducono secondo i modelli con cui sono stati vissuti e secondo i modelli di coloro che narrandolo lo interpretano. Se, ad esempio, si tratta di un sogno gli attori umani possono considerarlo come un messaggio divino anche se si realizza attraverso i meccanismi dell'inconscio e riflettono convinzioni che nello sviluppo storico della cultura umana sono superate. La verità che emerge dalle esperienze rivelatrici è verità vitale o verità salvifica cioè «la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (Dv 11). Essa non si identifica con le convenzioni e la comprensione degli attori coinvolti o dei redattori successivi. 

Fede 

Alla rivelazione corrisponde «l'obbedienza della fede (cfr. Rom. 16,26 con Rom 1,5; 2 Cor 1 O, 5-6) con la quale l'uomo si abbandona a Dio tutt'intero liberamente, prestandogli «il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui» (Dv 5). Secondo questa descrizione della Costituzione sulla rivelazione sono due le componenti della fede. Essa è prima di tutto un atteggiamento vitale: abbandonarsi con fiducia a Dio accogliendo la sua azione rivelatrice. Inoltre è l'ossequio dell'intelletto e della volontà. L'ossequio dell'intelletto riguarda la verità della vita che emerge dall'evento storico e l'ossequio della volontà riguarda l'accoglienza delle leggi della vita che appaiono dall'esperienza stessa. La fede in questo senso ha un rapporto con la verità, ma con la verità della vita non per la conoscenza delle idee divine. Umberto Galimberti nell'ultimo volume pubblicato (Cristianesimo la Religione dal cielo vuoto, Feltrinelli, Milano 2012) ha un capitolo intero per illustrare l'equivoco della verità religiosa (cap. 20 pp. 211-219) nel quale egli distingue fra la verità secondo la fede e la verità secondo la ragione e mostra l'inconciliabilità tra le due concezioni della verità. La verità secondo la fede sarebbe «la verità garantita dalla fede, la fede che quella parola sia di Dio, la fede che chi la intende la comprenda nell'esatto senso con cui Dio l'ha enunciata, la fede che l'interpretazione del magistero sia l'unica autentica e non si diano altre interpretazioni al di fuori di quella. Dunque per la religione la fede è il fondamento della verità» (pp. 211-212). Egli precisa questo concetto di fede richiamandosi a S. Tommaso (Questio disputata de Fide q. 14 a.1, Le questioni disputate, Esd, Bologna 1992-2003 pp. 436-439) e conclude: «La fede proprio perché... è promossa», come dice Tommaso d'Aquino, «dall'assenso che non è causato dalla cogitazione, ma dalla volontà non è in grado di escludere la sua negazione, e pertanto non può dirsi verità» (p. 218).

Queste riflessioni sono esatte e devono essere tenute presenti nella prospettiva di una fede intesa come accettazione di presunte verità rivelate da Dio con parole divine, comprese «nell'esatto senso in cui Dio le ha enunciate». Ma non sono più pertinenti se riferite alla fede come accoglienza delle verità vitali emergenti dalle esperienze storiche vissute con un atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio, ma comprese nei limiti dei modelli culturali che condizionano tutte le esperienze umane ed espresse con categorie provvisorie, pur sufficienti per proseguire il cammino della vita. La fede, secondo la teologia che si sta sviluppando sulla scia del Concilio Vaticano II è da intendersi come la ricerca continua di una verità di vita che il credente ha fiducia di scoprire attraverso la fedeltà alla storia, convinto che questa è sostenuta da una Parola vera e attraversata da un Amore arcano che può far fior(ir)e qualità nuove e può condurre le persone e l'intera umanità ad una quotidiana pienezza di vita e ad un compimento futuro. Tale fiducia non è irrazionale, fondata com'è su molte testimonianze del passato, e soprattutto sulle possibili verifiche quotidiane di chi scopre, vivendo, le forme nuove di vita che possono fiorire. In questa prospettiva la fiducia che costituisce la fede in Dio è una modulazione della fiducia vitale che tutti gli uomini cominciano ad esercitare venendo al mondo, quando, investiti da un flusso d'amore si abbandonano senza riserve nelle braccia di chi sta offrendo vita. Man mano che l'orizzonte si allarga e cadono i vari idoli la fiducia di fondo si purifica. Quando si afferma che la fede è dono, quindi, non si intende sostenere che ad alcuni viene offerto e ad altri no. Si vuole solo affermare cheè un atteggiamento suscitato gratuitamente ed è un dono offerto a tutti. È un dono divino che passa però attraverso le creature e può quindi essere inquinato e limitato. E quando richiede adesione libera può essere rifiutato. 

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