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SCHEDA BIBLICA
 
Gli uni, gli altri, l'ospitalità e il divenire umano
del 19/01/2014 tratto da Témoignage Chrétien
 

Gli uni, gli altri, l'ospitalità e il divenire umano 

di Mons. Albert Rouet 

in “Témoignage Chrétien” del 19 gennaio 2014 (traduzione: www.finesettimana.org) 

Timohty Leary, uno dei guru del movimento hippie, faceva parte di comunità molto accoglienti. Tuttavia, sul letto di morte, avrebbe confidato: «È abbastanza deludente, nel congedarsi, non aver nient'altro da dire se non: Cercate di essere un po' più gentili gli uni con gli altri». 

Questa gentilezza ricorda una battuta a proposito dei francesi che «non amano gli ebrei in generale, ma sono amici di un Israelita in particolare»! Il punto comune è chiaro: all'individualismo della battuta corrisponde la superficialità di un'accoglienza tollerante. Uno straniero confidava: «Sono stato accolto ma non davvero ricevuto» 

Sin dalle origini, l'ospite designa colui che riceve e colui che è ricevuto. I doppi significati sono tremendi. L'ospite può virare nell'ostilità. Per contrastare questa deriva c'è l'ospitalità (da cui il termine ospedale per i malati e i vagabondi). 

Ahimè! Questa bella parola deriva certamente da «ospite» affiancato ad un'altra radice, πιθάριον = «vaso» [in francese “pot”], «potere», che ha originato «sposo» (questo la dice lunga!) e «despota» (il padrone di casa). Così l'ospitalità si presenta come un dominio dell'ospite, un controllo su colui che arriva. 

La Bibbia diffida di questa ambiguità. Il sedentario Caino non accetta il pastore Abele (Gn4,5). Soprattutto, l'episodio di Sodoma (Gn) viene interpretato come la volontà di dominare gli ospiti, ed avere ogni potere su tali uomini ritenuti degli oggetti (paragonarli ad una manodopera sfruttata non sarebbe esagerato). Al di là degli individui, i rapporti sociali sono messi al primo posto. Questi legami definiscono l'umanità. 

Quando la Bibbia rilegge la storia 

Il più bell'esempio di una ospitalità riuscita si trova nell'accoglienza dei tre personaggi da parte di Abramo (Gn 18). Il patriarca si prosterna, serve da mangiare. Riceve la promessa di un figlio. La scena si conclude con l'intercessione per le città della valle. 

Questa tradizione fu scritta tardivamente. Il racconto della conquista violenta della terra promessa nel libro di Giosuè si presenta come una risposta alla guerra lampo dell'Assiria. 

Si tratta pertanto di una rilettura significativa, da parte della Bibbia, di tradizioni diverse di tribù e di clan, e di una idealizzazione di un popolo diviso tra il sud (Gerusalemme) e il nord (Samaria) con uno stesso tempio. 

I racconti di ospitalità richiedono di essere interpretati a partire da queste redazioni. Detto altrimenti, anche attraverso personaggi precisi, si distinguono situazioni diverse: tribù isolate in mezzo a popoli già stabili (Giosuè viene a patti con Gabaon: Gs 9), sradicamento parziale di popolazioni e persistenza di gruppi etnici isolati (2Sam 4,3), genti di passaggio nomadi (la tribù di Rekab: Ger 35) o sedentarie... Questa varietà di situazioni comporta una diversità di statuti; il fatto si ritrova in molte culture. 

Identità e apertura 

Le leggi precisano pertanto tre situazioni principali. Quella dell'immigrato che viene a lavorare («Essi saranno per voi pastori, contadini e vignaioli»: Is 61,5). Quella dello straniero che abita per un certo tempo, ma è soggetto di diritti («Tu non sfrutterai, né opprimerai lo straniero, perché siete stati stranieri in Egitto»: Es 22,20) al pari della vedova, dell'orfano e del povero (Zc 7,10). Quella infine del residente che partecipa parzialmente alla vita comune (Lv 25,47) senza condividere la Pasqua (Es. 12,45). 

L'essenziale sta in questa richiesta: la storia di Israele liberato da Dio dall'Egitto comporta l'obbligo di comportarsi verso gli stranieri come Dio ha trattato il suo popolo. L'aspetto più intimo di Israele 

– la sua chiamata da parte di Dio (Dt 7,7) – regolamenta le sue relazioni verso l'esterno. 

Da cui deriva questo paradosso: a seconda delle varianti storiche e dei ripiegamenti identitari, il popolo è portato a prendere coscienza della propria specificità, con una propensione ad isolarsi (allontanamento delle donne straniere: Esd 10). 

Allo stesso tempo, questi contatti, in particolare durante l'esilio a Babilonia, gli rivelano la sua responsabilità verso le nazioni. Esse saliranno verso Israele come verso la luce del Tempio dove Dio abita e verso la sapienza: “Le nazioni cammineranno verso la tua luce” (Is 60,3). 

L'identità del popolo diventa allora un servizio di ospitalità: esso trova la propria qualità nella sua fede, ma la sua fede gli impone di essere un segno tra le nazioni, quindi una testimonianza per esse della bontà di Dio. Il popolo diventa un ospite, in entrambi i sensi del termine. 

Una legislazione rispettosa degli stranieri a partire dalla scoperta dell'alleanza costituisce già un grande passo in umanità che la nostra cultura esita a fare. Il Nuovo Testamento si adopera a risolvere il paradosso tra identità e apertura. Opera in tre tempi. 

Dare e ricevere 

1. L'appartenenza cristiana non dipende «né dalla carne né dal sangue, ma da Dio» (Gv 1,12) che ha inviato suo Figlio per amore di questo mondo (Gv 3,16). La sorgente non sta più in un luogo preciso, ma nella persona del Figlio. Questi dichiara che è bene che lui se ne vada (Gv 16,7); invia il suo Spirito paragonabile ad un Vento (Gv 3,8). 

Così, il centro si ritrova alla periferia, in ogni luogo in cui, tra le nazioni, un uomo accetta il Vangelo. Questa proposta pone tutti gli uomini su un piano di uguaglianza, perché Dio “non fa differenza di persone”, Rm 2,11). 

San Paolo insiste sul senso del battesimo: non c'è più né ebreo né pagano né greco (1Cor 12,13). In Cristo, «l'essere antico è scomparso, un uomo nuovo è nato» (2Cor 5,17). Questo decentramento obbliga a risalire al progetto di Dio che riguarda tutti gli esseri umani. Egli accoglie anche le persone perdute (Lc 15,2). Senza alcuna superiorità: ci viene allora richiesta un'ospitalità fraterna (il Buon Samaritano, Lc 10). 

2. La prima difficoltà sorge a proposito di colui che è più prossimo e insieme diverso. 

L'opposizione ricchi e poveri introduce una rottura nell'eucaristia e divide il Corpo di Cristo. Paolo (1Cor 11,21), Giacomo (2,3) e Giuda (12) si levano con veemenza contro tali disuguaglianze di ricchezza, quindi di culture. 

L'ospitalità si trasforma in caricatura quando l'accoglienza assegna all'altro un posto inferiore. Diventa l'espressione conservatrice delle disuguaglianze e delle ingiustizie, perché è rotta la reciprocità tra i membri. La parola ospite assume allora un senso unico: colui che ha i mezzi per ricevere. L'ospitalità, invece, stabilisce dei rapporti reciproci (1Pt 4,9). 

3. Che ne è delle nazioni nel loro insieme? Esse saranno giudicate sul loro atteggiamento verso i poveri. Matteo non riprende tutti gli atti classici di aiuto reciproco, ma aggiunge l'accoglienza degli erranti (25,35). Ciò che una società fa a loro, è a Cristo che lo fa. Che essa Lo conosca a meno, Lui si identifica con gli stranieri. A condizione di vederli e di rivolgere su di loro uno sguardo di equità (Lc 12,54-57). Cristo accoglie chi si lascia accogliere. 

L'ospitalità nasce a due condizioni: essa si basa sulla reciprocità dove dare e ricevere sono scambiati. Inoltre, testimonia una uguale dignità tra le persone. La Bibbia ci insegna così che l'ospitalità appartiene alla natura dei rapporti sociali. Essa umanizza perché rende fratelli, in quel Dio che “è Padre di tutti” (Ef 4,6). 

Albert Rouet: nato nel 1936, è stato vescovo ausiliare di Parigi, poi vescovo di Poitiers fino al 2001. 

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