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SCHEDA BIBLICA
 
Cercate il regno di Dio e la sua giustizia
del 02/03/2014 tratto da blog
 

Cercate il regno di Dio e la sua giustizia 

di Piero Stefani 

in “Il pensiero della settimana” n. 467 del 2 marzo 2014 

«Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). La traduzione di questo versetto, di primo acchito, induce a ritenere che il possessivo «sua» sia riferito alla parola «regno». Non è così; il greco lo esclude in modo categorico (un maschile non può accordarsi con un femminile). D’altro canto il ricorso all’espressione più letterale di «giustizia di lui» non scioglierebbe del tutto il nodo, infatti in tal caso si penserebbe a Dio. Una serie di considerazioni, a cominciare dal confronto con Luca (12,31), inducono invece a ritenere che qui ci si continui a riferire al Padre, in precedenza additato come modello a motivo della sua universale benevolenza: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli (…) Voi, dunque siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,45-48). 

Per Matteo la «giustizia» non è una virtù cardinale: è la manifestazione concreta di una relazione tra il Padre e chi a lui si rivolge per imitarlo nel suo agire. La parola «giustizia» è termine chiave di tutto il Discorso della montagna. Essa torna in due Beatitudini: quella riservata a chi ha fame e sete di giustizia (Mt 5,6) e quella relativa ai perseguitati (Mt 5,10). Si afferma che per entrare nel regno dei cieli occorre una giustizia superiore a quella di scribi e farisei (Mt 5,47). Inoltre non bisogna compiere la propria giustizia davanti agli uomini per essere da loro ammirati; se lo si fa si è già avuta la propria ricompensa (cfr. Mt 6, 1-4). Il nascondimento della persona giusta è molto più di una mancanza di ostentazione: è una fiducia profonda che conduce anch’essa a un’imitatio Dei. 

La giustizia comporta la convinzione che Dio c’è e ascolta anche quando la sua presenza non è manifesta. Non è facile crederlo ed è molto esigente viverlo. «Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” (…) Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31-33). La parola «giustizia» ha di nuovo una funzione chiave. A motivo della cura divina essa comanda di non tormentarsi per quel che si mangia e si beve e per come ci si veste. Queste preoccupazioni infatti sono proprie dei gentili. Bisogna quindi cercare il regno di Dio e la giustizia del Padre senza affannarsi per il domani: a ciascun giorno basta la sua pena (Mt 6,34). Si sarebbe tentati di sostenere che, qui, il modello prospettato è quello del Padre che – come dice una preghiera ebraica – è benedetto perché rinnova, giorno per giorno, le opere della creazione. Vale a dire, bisogna assumere come modello colui che si prende quotidianamente cura delle proprie creature. In questo senso il giusto lo imita. La persona giusta è quella che quotidianamente si preoccupa del prossimo suo. Questi versetti evangelici ci richiamano, infatti, non al fatalismo ma alla responsabilità. 

La presenza assidua e costante del Padre che pare assiduamente smentita dalle condizioni in cui ieri e oggi si trovano non poche società umane sembra, non paia un paradosso, congiungersi con il buon ateismo evocato da una storia chassidica. In essa ci si chiede perché Dio, che non ha creato nulla invano, abbia fatto anche l’ateismo. Si risponde: esiste anche un buon ateismo. Infatti quando incontri una persona nel bisogno non devi dirle: «va’ in pace, Dio ti aiuterà», devi soccorrerla come se tutto dipendesse da te, «etsi Deus non daretur». 

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