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BRANO BIBLICO SCELTO

Esodo 19,2-6

In quei giorni 2 gli israeliti arivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.

3
Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: 4 Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me.

5
Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! 6 Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa».

COMMENTO

Esodo 19,2-6
L’alleanza sinaitica
Il libro dell’Esodo si divide in due parti, di cui la prima (cc. 1-18) narra l’uscita dall’Egitto, la seconda (cc. 19-40) l’alleanza sinaitica. Quest’ultima abbraccia due sezioni narrative (cc. 19-24 e 32-34) a ciascuna delle quali fa seguito un complesso di norme cultuali riguardanti il culto. La prima delle due sezioni sinaitiche inizia con il brano proposto quasi per intero dalla liturgia (Es 19,1-8) a cui fanno seguito la teofania, in cui sono inseriti i dieci comandamenti, un codice legislativo (20,22–23,33) e il racconto della conclusione dell’alleanza (c. 24). Il brano introduttivo a sua volta si apre con la notizia dell’arrivo degli israeliti alla sacra montagna (vv. 1-2). Segue una comunicazione da parte di Dio che si divide in tre parti: prologo storico (vv. 3-4); clausola fondamentale (v. 5a); promesse (vv. 5b-6).

L’arrivo al Sinai (vv. 1-2)

I primi due versetti del capitolo, composti probabilmente dal redattore finale, fanno da collegamento con il racconto precedente. Gli israeliti lasciano Refidim, il luogo in cui Mosè aveva fatto scaturire l’acqua dalla roccia e il popolo aveva combattuto contro gli amaleciti; in quello stesso luogo si era verificato l’incontro tra Mosè e il suocero Ietro, il quale lo aveva raggiunto portando con sé Zippora, sua moglie, e i suoi due figli, Gherson e Eliezer. Da Refidim gli israeliti si spostano verso la catena montagnosa del Sinai, che si estende nella zona centro-meridionale della penisola che porta lo stesso nome.

La sacra montagna non viene chiamata «Sinai», nome usato dalle tradizioni del sud (J P), ma «Oreb», caratteristico soprattutto del Deuteronomio (cfr. però anche Es 3,1). La localizzazione della montagna non è sicura: una tradizione cristiana, che risale al secolo IV d.C., identifica il Sinai/Oreb con il Gebel Mousa, nel sud della penisola sinaitica; alcuni autori moderni invece, ritenendo che la descrizione biblica della teofania si ispiri a una eruzione vulcanica, collocano il Sinai a nord ovest della penisola arabica, dove alla fine del II millennio si trovavano alcuni vulcani attivi; altri infine localizzano il monte a sud della Palestina, nella zona di Kadesh. Nessuna di queste localizzazioni ha dalla sua parte argomenti decisivi. Sul Sinai si trovava forse un antico santuario al quale si recavano in pellegrinaggio le popolazioni della zona: ciò spiegherebbe come mai la tradizione ritiene che Dio abiti sulla montagna.

Gli israeliti giungono al Sinai nel terzo mese dopo l’uscita dall’Egitto: siccome erano partiti nella notte di Pasqua, cioè a metà del primo mese del calendario ebraico (marzo/aprile), terminano il loro viaggio nel mese di maggio/giugno, cioè in prossimità della festa di Pentecoste che diventerà il ricordo annuale dell’alleanza. Essi giungono «proprio quel giorno»: questa espressione enigmatica, difficilmente spiegabile, lascia supporre che la data effettiva sia stata cancellata perché non era in sintonia con il computo della Pentecoste.

Prologo storico (vv. 3-4)

Dio si appella anzitutto all’esperienza degli israeliti, ricordando loro quanto aveva fatto in loro favore. Di questa iniziativa salvifica egli sottolinea tre momenti. anzitutto richiama «quello che ha fatto all’Egitto»: con questa frase viene indicato tutto il processo di liberazione, che è culminato nella distruzione dell’esercito egiziano presso il mare dei Giunchi. Egli sottolinea poi che li ha «portati su ali di aquile»: con queste parole si riferisce al tema dell’elezione e alla marcia nel deserto, espressa con l’immagine dell’aquila che solleva e conduce i suoi piccoli, quasi sollevandoli sulle sue ali (cfr, Dt 32,11). Infine accenna al fatto che li ha condotti a sé, cioè li ha guidati fino al monte della rivelazione. Il Sinai è il luogo in cui Dio abita: dopo averli liberati, egli vuole stabilire con essi un rapporto duraturo. La liberazione lascia così prevedere ulteriori sviluppi.

Clausola fondamentale (v. 5a)

L’iniziativa salvifica di Dio non è fine a se stessa, ma costituisce la premessa di nuovi doni divini. La particella «ora» (che sarebbe meglio tradurre «ordunque»), con la quale si apre questa seconda parte del brano, indica appunto la stretta concatenazione che esiste tra quanto Dio ha già fatto per Israele e ciò che si appresta a fare (vv. 5b-6). Ma prima di manifestare le sue intenzioni Dio indica, in due frasi parallele, le condizioni che egli pone. Anzitutto gli israeliti dovranno ascoltare la voce di JHWH: con questa espressione viene indicato l’atteggiamento fondamentale di disponibilità, obbedienza e lealtà che Israele deve assumere nei confronti del suo Dio (cfr. Dt 6,4: «Ascolta, Israele!»). Inoltre dovranno «osservare la sua alleanza»: il significato del termine «alleanza» (berît), la cui etimologia è incerta (forse da una non comune radice brh, decidere, scegliere, oppure dall’accadico biritu, legame), assume diverse sfumature a seconda dei contesti in cui è usato (287 volte nell’AT, di cui 13 nell’Esodo e 10 nella tradizione sinaitica). L’alleanza è presentata qui come già realizzata, segno che il brano proviene da un ambito liturgico in cui essa era un dato di fatto. L’alleanza appartiene a Dio («la mia alleanza») perché ne è lui l’iniziatore. L’espressione «osservare l’alleanza» significa adottare un atteggiamento di fedeltà e di obbedienza verso colui che l’ha stabilita: nulla viene detto circa le norme specifiche che essa comporta.
 
In queste due espressioni è racchiusa la clausola fondamentale dell’alleanza; da esse risulta che Dio, come risposta alla sua iniziativa salvifica, non esige in partenza prestazioni di vario tipo, quali particolari gesti di culto o comportamenti morali, ma un’adesione incondizionata, fatta di fedeltà e obbedienza. In un secondo tempo verranno date indicazioni più concrete (precetti), ma ciò che conta non sono le cose da farsi o da non farsi, bensì l’atteggiamento del cuore nei confronti di JHWH.

Benedizioni (vv. 5b-6)

Dopo avere indicato gli impegni che Israele deve assumersi, Dio descrive il dono ulteriore che intende conferirgli. Si tratta di una benedizione, le cui caratteristiche vengono delineate in tre espressioni parallele. Anzitutto gli israeliti diventeranno sua «proprietà tra tutti i popoli» (v. 5b): il termine «proprietà» (segullah) indica ciò che uno ritiene come particolarmente caro tra quanto possiede. JHWH è immaginato come un grande sovrano, al quale sono sottomesse nazioni numerose («...mia è tutta la terra»), le quali sono governate da lui in modo indiretto (mediante i suoi vassalli), mentre su Israele intende esercitare direttamente la sua sovranità.

Inoltre essi saranno un «regno di sacerdoti (v. 6a): questa espressione potrebbe significare che Israele sarà governato da Dio stesso mediante una classe dirigente ("regno") costituita da sacerdoti: ciò è capitato effettivamente sia prima della monarchia che dopo l’esilio. Ma è più probabile che indichi il privilegio di svolgere come popolo una funzione sacerdotale in favore delle altre nazioni: Israele dovrà comunicare loro la volontà di Dio e rappresentarle davanti a lui nel culto. Questa concezione si è affermata nel postesilio, quando il Terzo Isaia si rivolge ai rimpatriati dicendo loro: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti» (Is 61,6). In alcuni testi del NT (1Pt 2,5.9; Ap 1,6; 5,10) questo privilegio sarà presentato come caratteristica dei cristiani. Infine gli israeliti saranno una«nazione santa» (v. 6b): la santità consiste in una particolare vicinanza a Dio, il solo a cui questo attributo compete in senso pieno (cf Os 11,9; Is 6,3; Lv 11,44-45; 19,2); essa rappresenta una prerogativa speciale dei sacerdoti (cf Lv 21,8). Se l’espressione «regno di sacerdoti» si applica solo alla classe dirigente, si sottolinea qui che anche i membri del popolo godranno di un rapporto strettissimo con Dio. Se invece, come è più probabile, la funzione sacerdotale è stata estesa a tutti gli israeliti, si afferma che proprio per questo compete loro una particolare santità.

Linee interpretative

L’alleanza non si basa sulle prerogative del popolo, ma su un dono gratuito di JHWH, che ha liberato Israele e lo ha condotto fino ai piedi della sacra montagna. A motivo di questa sua iniziativa, con la quale si è messo in rapporto con il popolo, Dio domanda ad esso di prendere coscienza del dono ricevuto, entrando a sua volta in un rapporto speciale con lui. Pur essendo un fatto giuridico, che include una legge da osservare, l’alleanza consiste essenzialmente in un rapporto interpersonale, che dà al popolo la possibilità di prendere coscienza di sé e di assumersi le sue responsabilità. La legge, promulgata da JHWH nel contesto della teofania, consiste nel decalogo, con il quale si impone ai singoli israeliti di essere fedeli a lui solo all’interno di rapporti interpersonali basati sulla giustizia e sul rispetto dei diritti dell’altro.

In forza della benedizione di JHWH che fa seguito alla fedeltà nei suoi confronti, gli israeliti diventeranno il “popolo eletto”. Su questa prerogativa si basa la loro identità non solo religiosa, ma altresì politica e sociale: senza l’alleanza mancherebbe loro qualsiasi coscienza nazionale e quindi la possibilità stessa di sussistere come popolo. Il loro essere nazione non deriva dunque da un vincolo etnico preesistente, ma dalla scelta di Dio che, facendo di essi il suo popolo, affida loro, come ad Abramo (cfr. Gen 12,3), il compito di portare la sua benedizione a tutte le nazioni della terra. Nasce così una visione teocratica del popolo e una visione etnica della religione. Questa concezione rappresenta la forza del popolo, ma anche l’origine di deprecabili deviazioni, quali il fondamentalismo e l’esclusivismo nei confronti degli “altri”. L’antidoto a queste derive consiste nel carattere universale del piano di Dio («mia è tutta la terra») e nelle istanze di giustizia a cui è ispirata la legge.

Dopo aver ricevuto il messaggio divino Mosè lo trasmette al popolo che, per mezzo degli anziani, dà la propria adesione. In forza di ciò che ha fatto per gli israeliti, JHWH ha piena autorità su di loro; egli però non impone l’alleanza ma si limita a proporla. Certo, un rifiuto avrebbe gravissime conseguenze, ma la richiesta divina mantiene il suo significato di proposta in quanto tende a suscitare una risposta libera: Dio non vuole servi, ma collaboratori, coinvolti fino in fondo nel suo progetto. Nella risposta del popolo («Tutto quello che JHWH ha detto, noi lo faremo!») si esprime la disponibilità ad accettare non solo la clausola fondamentale ma anche le norme particolari che saranno manifestate in seguito.

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