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BRANO BIBLICO SCELTO
Galati 5,16-25

Fratelli, 16 camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17 la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.

18 
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. 19 Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, 20 idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21 invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio.

22 
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23 contro queste cose non c’è legge.

24 
Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.

COMMENTO
Galati 5,16-25 
La vita nello Spirito 
 
La seconda parte della lettera (cc. 3-4), in cui ha elaborato la sua argomentazione ricavata dall’esperienza religiosa dei galati e dalle Scritture in favore della giustificazione mediante la fede e non mediante le opere della legge, è terminata con l’allegoria delle due donne, nella quale Paolo mostra plasticamente come la dipendenza dalla legge, tanto raccomandata dai giudei e dai cristiani giudaizzanti, comporti in fondo una perdita di libertà che contrasta palesemente con il piano di Dio, tutto teso alla liberazione del suo popolo. I galati, che hanno già sperimentato in Cristo questa libertà e sono così diventati figli della promessa e autentici rappresentanti del popolo escatologico di Dio, devono quindi fare i conti con i rischi che comporta l’adozione della legge.

A questa conclusione della parte dottrinale fa seguito una nuova sezione (cc. 5-6), nella quale Paolo riprende in chiave parenetica i punti più salienti della sua argomentazione e li applica alla situazione dei galati. Nella prima parte di questa sezione (c. 5) Egli spiega loro anzitutto il senso della vocazione alla libertà (vv. 1-12), sottolineando poi che la libertà deve necessariamente sfociare nell’amore (vv. 13-15) e infine mostra che ciò può avvenire solo con il dono dello Spirito (vv. 16-25). Solo quest’ultimo brano è ripresa dalla liturgia. In esso Paolo esorta anzitutto i galati ad accettare le esigenze di una vita guidata dallo Spirito (vv. 16-18), mostrando poi come essa rappresenti il superamento di tutta una serie di vizi (vv. 19-21) e la pratica delle virtù ad essi opposte (vv. 22-23). Il brano termina con una breve conclusione (vv. 24-25).

Spirito e carne (vv. 16-18)

Dopo aver accennato all’amore come pienezza della legge (cfr. 5,14) Paolo afferma: «Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne» (v. 16). La libertà dalla legge sfocia nell’amore del prossimo solo nella misura in cui si lascia libero campo all’opera dello Spirito. Per evitare di cedere ai desideri della carne, il credente deve camminare «secondo lo Spirito» (pneumati). Egli poi prosegue: «la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste» (v. 17). Non solo la carne, cioè l’uomo debole e peccatore, ma anche lo Spirito «ha desideri» (epithymei, «desidera»). Questo verbo però si applica in senso proprio solo all’uomo peccatore: questi infatti, ponendo se stesso egoisticamente al centro di tutte le cose, trasgredisce l’ultimo comandamento del decalogo («non desiderare»: cfr. Es 20,17; Gen 3,6; Rm 7,7), che rappresenta anch’esso, come il comandamento dell’amore, la sintesi di tutti i precetti della legge. Tuttavia, in senso metaforico si può dire che anche lo Spirito «desidera», nel senso che persegue finalità sue proprie, che sono opposte a quelle della carne. Questa porta l’uomo a fare ciò che non vorrebbe, in quanto lo spinge ad andare contro quelle che sono le norme fondamentali della sua coscienza (cfr. Rm 7,15-23); l’uomo però resta sempre responsabile delle sue azioni malvagie, in quanto Dio non priva mai nessuno della sua grazia.

Paolo conclude questo passo affermando: «Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» (v. 18): chi obbedisce allo Spirito non ha più nulla a che fare con i desideri della carne, all’insorgere dei quali aveva cominciato a sentire la volontà di Dio come una legge imposta dall’esterno (cfr. Rm 7,7-12). La vittoria sul desiderio, e quindi la possibilità di amare i fratelli, dipende dunque essenzialmente dal dono dello Spirito.

Le opere della carne (vv. 19-21)

Dalle affermazioni di principio Paolo passa subito a indicare quali sono rispettivamente i comportamenti ispirati dalla carne e lo Spirito: a tale scopo egli elenca prima i vizi provocati dalla carne e poi le virtù che provengono dallo Spirito. I cataloghi di vizi e di virtù derivano, come genere letterario, dalla filosofia greca, specialmente stoica, la quale se ne serviva per formulare il suo insegnamento morale, incentrato sull’osservanza della legge naturale. Direttamente però Paolo assume questo genere letterario dal giudaismo ellenistico, il quale lo utilizzava per annunziare al mondo greco l’ideale morale contenuto nell’AT, e soprattutto nel decalogo (cfr. Sap 14,23-29).

Egli richiama anzitutto l’attenzione sugli effetti del cedimento alla carne mediante un catalogo di vizi. Egli si introduce dicendo: «Del resto le opere della carne sono ben note» (v. 19a). L’espressione «opere della carne» indica tutto ciò che rappresenta una trasgressione della volontà divina. Con essa egli vuole forse alludere alle «opere della legge» (cfr. 2,15-16), mostrando implicitamente che queste, lungi dall’essere un mezzo per conseguire la giustizia, vengono praticamente a identificarsi con gli effetti nefasti del peccato. I vizi elencati da Paolo sono quattordici, e possono facilmente dividersi in due gruppi rispettivamente di cinque e di nove membri. Nel primo gruppo (vv. 19b-20a) appaiono i seguenti vizi: la «fornicazione» (porneia), che è l’immoralità in campo sessuale, ma spesso indica nell’AT l’idolatria; l’«impurità» (akatharsìa), che designa, sempre nell’AT, l’insufficienza morale e cultuale dell’uomo di fronte al Dio santo (cfr. Is 6,5); il «libertinaggio», che è la sfrenatezza in tutti i campi, specialmente in quello sessuale, spesso connesso con i culti pagani; l’«idolatria» è il culto degli dèi pagani, mentre la «stregoneria» indica l’uso di arti magiche. Tutti questi vizi, pur avendo una forte connotazione sessuale, riguardano dunque direttamente o indirettamente la vita religiosa in quanto tale: Paolo mostra così di condividere la mentalità giudaica, in forza della quale esiste uno stretto rapporto, di carattere pratico e simbolico, tra deviazioni sessuali e infedeltà a Dio (cfr. Rm 1,24-25).

I vizi del secondo gruppo (vv. 20b-21a) riguardano invece il campo sociale: «inimicizie», «discordie», la «gelosia», «dissensi», «divisioni», «fazioni» (airéseis), «invidie», «ubriachezze» e «orge» sono infatti comportamenti che turbano profondamente i rapporti tra le persone, rendendo impossibile una vera vita comunitaria. Per Paolo è dunque chiaro che il rifiuto di Dio, presente sia nell’esaltazione della legge propria dei giudaizzanti che nell’idolatria pagana (cfr. 4,8-11), si rivela inevitabilmente nella vita sociale (cfr. Rm 1,18-32). Perciò egli conclude con una severa ammonizione: chiunque compie queste cose «non erediterà il regno di Dio» (v. 21b), cioè non potrà aver parte alla fase finale della salvezza già inaugurata dalla morte di Cristo. 

I frutti dello Spirito (vv. 22-25)

Al catalogo dei vizi fa seguito la descrizione delle virtù operate dallo Spirito (vv. 22-23). A differenza dei vizi, le virtù sono presentate non come opere, ma come il «frutto» dello Spirito, cioè come un comportamento che sgorga spontaneo dalla sua azione nei credenti. Questo elenco comprende solo nove membri, con i quali viene delineato un atteggiamento di apertura totale all’altro, sia questi Dio o il proprio prossimo. All’inizio vi è l’«amore», che indica il corretto rapporto con Dio (Dt 6,5) e con il prossimo (Lv 19,18); vengono poi la «gioia» e la «pace», che rappresentano le due caratteristiche più importanti dei tempi messianici (cfr. Is 9,1-6); la «pazienza», la «benevolenza», la «bontà» e la «fedeltà» (pistis), le quali sono costanti dell’agire divino, ma diventano, in forza dell’alleanza, comportamenti dell’uomo nei suoi rapporti con Dio e con gli altri membri del popolo; infine la «mitezza», che rappresenta l’assenza di violenza, e va di pari passo con il «dominio di sé» (enkrateia, astinenza), una virtù molto apprezzata dai greci. Mentre per coloro che praticano i vizi elencati sopra è chiuso l’accesso al regno di Dio, «contro queste cose non c’è legge» (v. 23): per chi pratica le virtù ispirate dallo Spirito l’esperienza di una legge che obbliga e che condanna è del tutto eliminata.

Conclusione (vv. 24-25)

Ai due cataloghi i vizi e di virtù fa seguito una breve conclusione nella quale l’apostolo sintetizza il suo pensiero circa il complesso rapporto tra fede e morale. L’assimilazione a Cristo, che ha luogo mediante la fede e il battesimo, fa sì che il credente muoia con lui, ponendo fine così al dominio della carne, insieme a tutti gli effetti che essa produce (v. 24; cfr. Rm 6,1-11). Colui che ormai «vive dello Spirito» deve anche «camminare secondo lo Spirito» (v. 25): ancora una volta il dono di Dio (la vita nello Spirito) viene presentato come la fonte da cui deve scaturire spontaneamente un comportamento conforme alla natura stessa di Dio. Nel v. 26 (non ripreso dalla liturgia) si sottolinea infine che questo comportamento implica sostanzialmente il superamento della «vanagloria» (kenodoxia), dalla quale derivano le provocazioni e le invidie di cui soffre la comunità.

Linee interpretative

Anche per il cristiano, che ha già ricevuto la vita nuova dello Spirito, resta aperta la possibilità di ritornare indietro, cadendo in un comportamento contrario alla volontà di Dio. Effetto di questa ricaduta nella carne sarebbe non solo la rottura con Dio stesso, ma anche la disgregazione della comunità, la quale cesserebbe così di essere il segno della salvezza finale già anticipata nel corso della storia. Perciò i galati, che stanno per lasciarsi sottomettere alla schiavitù della legge, devono essere ben consapevoli che la posta in palio è la possibilità stessa di continuare a vivere nello Spirito e a mantenere integra la loro vita comunitaria.

Con questo catalogo Paolo non intende stabilire nei dettagli, come farebbe un moralista, quali azioni siano effettivamente viziose e quindi da evitare sempre e dovunque. Egli infatti usa materiale di repertorio, con il quale viene delineato, in modo piuttosto generico, un comportamento contrario alla volontà di Dio; d’altronde egli stesso, dicendo che le opere della carne sono ben note, dimostra di richiamarsi alla morale corrente, ispirata agli insegnamenti sia del giudaismo che della filosofia greca. I termini che appaiono nel catalogo non possono dunque essere utilizzati per formulare norme morali specifiche, presentandole come oggetto di una particolare rivelazione divina.

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