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BRANO BIBLICO SCELTO

Isaia 11,1-10

1 In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. 3 Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; 4 ma giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.

La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà. 6 Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.

7 La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. 8 Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

9 Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare. 10 In quel giorno la radice di lesse si leverà a vessillo per i popoli, le genti la cercheranno con ansia, la sua dimora sarà gloriosa
 
COMMENTO

Isaia 11,1-10

La salvezza finale 

La seconda raccolta del libro di Isaia è chiamata «Libretto dell’Emmanuele» perché ha come tema centrale la venuta di un personaggio che porta questo nome (Is 6-12) Essa contiene prevalentemente oracoli pronunziati dal profeta durante la guerra siro-efraimita. Apre la collezione il racconto della vocazione di Isaia (6,1-13), cui fa seguito una serie di oracoli in cui si alternano, secondo un ordine difficile da precisare, minacce di attacchi e di invasioni e promesse di liberazione e di protezione. All’inizio si preannunzia la nascita dell’Emmanuele (Is 7,10-17), a cui viene assegnato poi un ruolo centrale nella liberazione di Israele (9,1-6): infine egli viene messo al centro di un universo rinnovato (11,1-10). 

In quest’ultimo testo viene ripreso il tema del re portatore di pace, il cui ruolo è ancora maggiormente esaltato. L’oracolo si apre con questo annunzio: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (v. 1). Questa volta il personaggio regale è presentato come un nuovo germoglio che spunta dal tronco di Iesse, il padre di Davide. Questa immagine suggerisce l'idea che il re promesso venga dopo una interruzione della dinastia regale. Si noti che la ripresa avviene a partire dalla «radice di Iesse», e non da quella di Davide: ciò significa che il nuovo re non si colloca sulla linea di quelli che si sono succeduti storicamente sul trono davidico, ma rappresenta una realtà totalmente nuova, con la quale viene portato a compimento il progetto divino espresso nella vocazione di Davide.

La figura del nuovo re viene tratteggiata mediante prerogative che ne caratterizzano il comportamento: «Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (v. 2).  Le prerogative del nuovo re sono sei, disposte due a due: sapienza e intelligenza, consiglio e fortezza, conoscenza e timore di  JHWH. I primi due termini riguardano la facoltà giudiziaria del re (cfr. 1Re 3,4-28), il consiglio e la fortezza si riferiscono all'attività politica e militare, mentre la conoscenza e il timore di  JHWH indicano il suo atteggiamento in campo religioso. Il re promesso ha dunque le prerogative del re ideale, a cui già alludeva l'oracolo precedente (cfr. 9,5). È significativo il fatto che tali prerogative siano frutto dell'azione dello Spirito, il quale, diversamente da quanto avveniva per i giudici, si posa in modo stabile su di lui, come già era avvenuto per Davide (cfr. 1Sam 16,13).

Il brano prosegue mettendo in luce l'esercizio da parte del re dei doni conferitigli dallo Spirito. Anzitutto viene ripreso l'ultimo di essi, il timore di JHWH: «Si compiacerà del timore del Signore» (v. 3a). Il re manifesta il suo rapporto con Dio in quanto trova particolare piacere nel lasciarsi guidare da esso. Il timore non equivale alla paura, ma a un senso di profonda sottomissione che porta a ricercare in ogni cosa la volontà divina. Sono poi descritti gli effetti della sapienza e dell'intelligenza nella pratica dell'attività giudiziale del re: «Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi» (v. 3b-5).  Il re si comporterà dunque come il difensore dei miseri e degli oppressi contro i violenti e gli empi, mostrando così tutta la sua giustizia (zedeq) e la sua fedeltà (’emûnah) verso JHWH. Queste due virtù diventano così parte costituiva del suo modo di essere e di agire. Egli porta a termine la lotta contro i malvagi senza ricorrere alla violenza ma solo con la potenza della sua parola. 

L'ultima parte dell'oracolo descrive invece gli effetti della sua azione politica: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso» (vv. 6-8). Come conseguenza della sua condotta ispirata dal consiglio e dalla fortezza, si realizza una pace di dimensioni universali: gli animali si riconciliano tra loro e con l'uomo (cfr. Os 2,20-22; Is 65,25; Ez 34,25) e i serpenti velenosi non morsicano la mano che il bambinetto mette nel loro covo. Tutto fa dunque pensare a un nuovo paradiso terrestre. 

Infine viene descritto un cambiamento radicale nel comportamento della gente: «Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (v. 9). In un mondo rinnovato si attua una diffusione universale della «conoscenza di JHWH», la penultima delle prerogative regali, che indica ancora la totale sottomissione ai comandamenti divini. 

L’oracolo termina con queste parole: «In quel giorno avverrà che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa» (v. 10). La concezione particolarista ed esclusivista del re escatologico viene nettamente superata: il discendente di Iesse diventerà un punto i riferimento non solo per gli israeliti ma anche per le altre nazioni. La religione ebraica raggiunge qui una delle sue vette più alte. In sintesi l'oracolo presenta una figura ideale di sovrano totalmente fedele a Dio e al popolo che egli guida nel suo nome. 

Linee interpretative

I tre brani riguardanti l'Emmanuele mostrano come la speranza messianica si sia sviluppata a partire dalla profezia di Natan (2Sam 7), dove si affermava la continuità e la stabilità della dinastia davidica: in un primo momento viene annunziata la nascita di un discendente di Davide come segno della imminente liberazione dai nemici (Is 7,14); in un secondo momento questo re davidico viene presentato come il re ideale, che realizza in nome di Dio una pace duratura (Is 9,1-6); infine egli viene dipinto come un nuovo Davide, capace di restaurare alla fine dei tempi la sovranità universale di Dio (Is 11,1-9). È possibile quest’ultimo oracolo, le cui caratteristiche sono più direttamente messianiche, pur portando a compimento la speranza di Isaia, non sia stato scritto direttamente da lui, ma da qualcuno dei suoi discepoli, quando ormai, con l'esilio, la dinastia davidica era scomparsa nel generale naufragio.

Al centro dell’oracolo c’è l’attesa di un momento finale della storia umana che sarà caratterizzato da una grande pace diffusa in tutto l’universo. Essa si manifesta mediante  rapporti nuovi tra gli uomini, alla base dei quali c’è la giustizia. Non è quindi una realtà imposta con la forza, ma un diverso modo di vivere che scaturisce da un rinnovamento interiore di cui Dio è artefice mediante il re da lui inviato. La pace tra gli uomini determina una riconciliazione degli animali fra loro e con l’uomo e con l’universo inanimato. Il mondo torna così ad essere quel paradiso terrestre in cui l’uomo era stato posto al momento della creazione. Ciò che nella Genesi era messo all’inizio, diventa ora la meta verso la quale Dio conduce l’umanità.


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