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Tutti i suoni del Silenzio di Dio
di Esposito   Roberto
tratto da Repubblica del 24/01/2017
 

«Perché Dio continua a tacere mentre quelle voci gemebonde continuano?». Intorno a questa straziante domanda, destinata a non avere risposta, ruota lo straordinario romanzo "Silenzio" dello scrittore giapponese Shusaku Endo (Corbaccio), di cui si parla molto grazie all'uscita dell'omonimo film di Martin Scorsese. Racconta la vicenda del gesuita Sebastiao Rodrigues che arriva in Giappone con l'altro gesuita Francisco Garrpe per discolpare padre Christovao Ferreira dall'accusa di abiura. La cornice storica di questa vicenda, ricostruita da Franco Cardini su "Vita e pensiero" (5/2016), è la persecuzione dei cristiani nel Paese asiatico nei primi decenni del Seicento, quando molti missionari cattolici furono esiliati o trucidati in una serie di eventi culminati nel cosiddetto "martirio di Nagasaki" (1622). 

Ma la ricostruzione di questa vicenda, oggi di particolare attualità per la ripresa della persecuzione dei cristiani nel mondo, lascia aperta la questione metafisica posta dal libro. Il testo di Endo costituisce una sorta di fenomenologia del silenzio, descritto in tutta la sua gamma di significati - da quello, puro e ispirato, della meditazione a quello, sinistro e cupo, di una natura insensibile alle sofferenze umane. Ma su tutti i silenzi del mondo si erge, inesplicabile, quello di Dio, davanti alle chiese crollate, al sangue che scorre, ai gemiti rantolanti dei torturati. E «dietro il silenzio di questo mare, il silenzio di Dio ... la sensazione che mentre gli uomini levano la loro voce angosciata Dio rimane silenzioso, a braccia conserte». Un interrogativo bruciante, aperto da Giobbe, che percorre tutta la teologia ebraica dopo la Shoah, sulla misteriosa relazione tra Dio e il male che nessuna teodicea è stata mai in grado di chiarire. Nella notte della ragione a parlare è solo la violenza, sottratta a una possibile comprensione. Essa non appartiene agli uni più che altri. È la forza di chi ha il potere che si scarica sul più debole. Non per nulla, nel libro di Endo, la figura del Grande Inquisitore di Dostoevskij passa dal campo della Controriforma cattolica contro gli eretici a quello degli aguzzini buddisti contro i convertiti al cristianesimo. 

Questa specularità tra religioni diverse è stata interpretata dalla critica come una sorta di sincretismo che, dalle pagine del libro, penetrerebbe la stessa concezione dell'autore - anch'egli convertito a un cattolicesimo che lascia dentro di sé elementi e residui di religione buddista. Del resto il rapporto esclusivo con il silenzio è caratteristico dell'intero pensiero orientale, buddista e taoista, incentrati sul tema del vuoto, come la filosofia zeno Ciò renderebbe il passaggio da una religione all'altra un atto quasi naturale in un mondo segnato dal ritiro del dio trascendente a favore della sola natura umana. 

In realtà le cose non stanno in questo modo. Padre Rodrigues si troverà di fronte al dilemma non del "tradimento" dettato dall'abbandono della fede, ma da una maturazione della fede stessa. Per cogliere questo passaggio bisogna guardare all'altro baricentro simbolico del libro, che risponde con altrettanta intensità al silenzio di Dio. Si tratta del volto di Cristo, che appare continuamente con i tratti non del sovrano glorioso, ma dell'estremo dolore di essere egli stesso abbandonato dal Padre. Perciò Scorsese sceglie il volto di Cristo, scarno e scavato, di El Greco anziché quello, confortante, di Piero della Francesca. Se il Padre tace, quel volto piagato parla. Ed è lui stesso a chiedere al gesuita di calpestarlo, dal momento che Cristo è venuto al mondo per essere calpestato. Questa dualità tra un Dio silente e lontano e un Cristo misericordioso e vicino è il vero cuore metafisico del testo di Endo. 

Tutt'altro che estraneo, esso è parte integrante del messaggio cristiano. Il silenzio di Dio parla. Nel linguaggio del silenzio. Certo, esso può essere inteso come assenza di speranza che lascia il mondo perduto nella sua insignificanza. Questo è Il silenzio di Dio che dà il titolo al romanzo dello scrittore egiziano Gilbert Sinoue (Neri Pozza). Lo stesso silenzio della trilogia del silenzio di Dio di Ingmar Bergman, che abbandona l'uomo all'assoluta incomunicabilità della città di Timoka ( Il silenzio, 1963). Anche se nel film Il volto (1958) Bergman spiega che Dio non risponde all'uomo solo 

perché estraneo alla modalità di parola che l'uomo stesso ha fissato. Ma quel silenzio può essere 

 

interpretato anche diversamente. E cioè come ciò che avvicina Dio all'uomo, secondo tutta la tradizione della mistica cristiana, da Meister Eckhart a Angelus Silesius, fino a Simone Weil, Edith Stein e Sergio Quinzio ( Il silenzio di Dio, Il Saggiatore). Ciò che sottrae l'uomo alla vanità della parola e alla dittatura del rumore - così in La forza del silenzio del cardinale Robert Sarah (Fayard 2015). 

Ma il silenzio di Dio può essere inteso anche come ciò che consegna all'uomo la sua libertà. «Dio è il silenzio dell'universo e l'uomo il grido che dà senso a questo silenzio», scrive Saramago. Ma colui che forse si è spinto più a fondo in questo abisso è stato André Neher in L'esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz (Marietti): è proprio l'eclissi di Dio a imporre un nuovo ruolo al credente. A obbligarlo a una scelta non vincolata. Solo l'uomo può decidere ciò che in una data circostanza è giusto o ingiusto fare. In questo senso Dio si è ritirato nel silenzio, evitando di indicagli la via, non per allontanarsi dall'uomo, ma per incontrarlo. Per consegnargli tutta la sua libertà. Anche quella di "tradirlo". 

 

Nella sua intervista a Civiltà cattolica (dicembre 2016), Scorsese, dichiarando di aver tralasciato il lato severo del Dio che punisce a favore di quello misericordioso, fa riferimento, tra gli altri, a Dietrich Bonhoeffer. Ebbene, cosa ha fatto Bonhoeffer, organizzando l'attentato a Hitler, se non scegliere volontariamente l'assunzione di colpa -la massima colpa di uccidere nel nome di Dioper amore dell'uomo? 

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