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Fine vita: non lasciamo fare tutto alla morte
di Givone   Sergio
tratto da Unità del 25/01/2017
 

Pare che Italo Svevo, vittima di un incidente automobilistico, dal suo letto di morte si rivolgesse alla figlia con queste parole: «Non ti preoccupare, cara, tanto fa tutto lei». 

Svevo nelle cose della vita era inetto e maldestro. Lo sapeva e ci scherzava sopra. Ma la sua autoironia diventa grandiosa in faccia alla morte, perché è la morte, non lo si fosse capito, quella di cui sta parlando. 

Grande Svevo. Inattuale, però. Oggi nessuno, neanche Altan, potrebbe inventarsi una battuta così. E questo per la semplice ragione che la morte non è più quella che era, ma è diventata un'altra cosa. Non più cosa della natura, ma della tecnica. Forse neppure più è "nostra", la morte, perché è di qualcuno in cui non ci riconosciamo più. Con i suoi progressi (che solo un pazzo può disconoscere) la scienza ci ha consegnato ad apparati medico sanitari grazie ai quali tanto la nascita quanto la morte presentano tratti fino a pochi anni fa inimmaginabili. 

Si sono create situazioni che portano tutti, coinvolti o meno nei casi drammatici di ogni giorno, sulla soglia di un orrore sconosciuto, dove una vita che non è più vita viene trattenuta in prossimità di una morte che non è ancora morte. Non saprei descrivere diversamente la condizione di chi per esempio è in coma irreversibile o di chi, malato terminale senza alcuna speranza di guarigione o di miglioramento, è prigioniero di se stesso. Da quel fondo senza fondo di sofferenza si leva, talvolta, una voce dolente e disperata: o direttamente o per interposta persona, in genere la persona più vicina e più cara al malato. 

Non si può non prestare ascolto a quella voce. E non si può non predisporre un quadro normativo all'interno del quale si sappia con certezza se le richieste espresse da quella voce possono o non posso essere accolte. È un dovere cui la politica non può esimersi. Niente di peggio che traccheggiare: e dire che i tempi non sono maturi, che le istituzioni non sono pronte, che qualsiasi compromesso fra buona vita e buona morte è impossibile. Sia chiaro: decidere di prestare ascolto alla voce del paziente che chiede di porre fine al suo strazio non significa automaticamente decidere che la sua voce è legge e non c'è altra legge che la sua voce. Così fosse, qualunque paziente (chi soffre di una patologia come di un disagio esistenziale, ecc.) potrebbe legittimamente chiedere che fosse posta fine alla sua vita in quanto divenutagli insopportabile. Ma così non è. 

Il concetto di "vita degna di essere vissuta" è quanto di più equivoco ci sia. Chi decide quale vita è 

o non è degna di essere vissuta? Il paziente? Qualcun altro per lui? Lo stato? Non c'è chi non veda a quali aberrazioni si andrebbe incontro. Più attendibile il concetto di "dignità della vita". Dignità della vita significa che ogni vita, anche la vita che potrebbe sembrare non degna di essere vissuta, e forse specialmente quella, ha un suo nucleo che chiamiamo sacro perché non può essere né violato né manipolato in alcun modo. 

Un' offesa alla dignità della vita, una violazione della sua sacralità possono però annidarsi ovunque, nel passaggio dalla vita alla morte, e soprattutto là dove questo passaggio è governato da apparati e protocolli che sembrano rispondere più al principio di funzionalità che del prendersi cura del morente. Compito del legislatore è individuare le condizioni in cui si possa effettivamente parlare di vita offesa. Compito doveroso, compito necessario. Sempre più frequentemente la scienza medica ci metterà di fronte a casi-limite. Occorre farsi trovar preparati. E c'è un solo modo: mettersi al posto del malato terminale, assumere il punto di vista del paziente che non ha speranza di guarigione, immaginare che a ciascuno può succedere quel che è successo a tanti sventurati di cui talvolta i giornali ci raccontano i casi. Sono loro i testimoni di una novità che spaventa e agghiaccia, ma che ci appartiene come un destino comune. 

Ascoltiamoli, dunque, questi testimoni che sono venuti a trovarsi in situazioni di pura angoscia oltre che di patimento infinito. Ma ascoltiamoli con la pietas necessaria a capire che se la vita è sacra e inviolabile, anche la morte a suo modo lo è. Così come la vita non può essere espropriata, sia nel 

senso che non può essere tolta, sia nel senso che non può essere trasformata in qualcosa che io non posso più considerare mio, lo stesso vale per la morte. Non mi può essere negata, quando è tempo che essa venga a me o è tempo che io vada a lei (cdasciatemi andare ... »). Ma neppure la mia morte può essere trasformata in una cosa imperscrutabile, una cosa non più mia. Al medico che lo curava, ormai in fin di vita, Rilke disse: «Mi aiuti, La prego, a morire la mia morte».Oggi si fronteggiano due schieramenti opposti, che non sembrano in grado di comunicare. Da una parte si sostiene che il testamento biologico o dichiarazione anticipata di trattamento di fine vita deve assumere incondizionatamente la volontà del testatario e fare del medico il semplice esecutore di questa volontà. Dall'altra invece si obietta che tale volontà non può che essere volontà di vita, perché la volontà di morte contraddice il principio della inviolabilità della vita. Due posizioni, queste, che in questi giorni trovano largo seguito nel nostro parlamento chiamato a legiferare sul fine vita. È possibile una mediazione fra le due, che consideri le buone ragioni di entrambe, salvando sia l'autonomia della volontà (l'ultima parola deve essere del paziente, lo dice la Costituzione) sia il rispetto della dignità della vita (la dignità della persona non può essere offesa, anche questo lo dice la Costituzione)? Sì, è possibile; a patto di indicare con la massima chiarezza possibile le condizioni alle quali la volontà del paziente possa diventare legge. Queste condizioni ci sono. Per riconoscerle, niente di meglio che prestare ascolto a chi sperimenta su di sé ciò che noi conosciamo, al momento, e per nostra fortuna, solo come incubo possibile. Se lo farà, il legislatore eviterà a tutti noi il destino che Kafka aveva paventato nell'apologo del cacciatore Gracco. Il quale, a seguito di un incidente di caccia fu traghettato sul fiume che separa il mondo dei vivi e il mondo dei morti, ma qualcosa andò storto, forse un guasto al timone, o forse chissà cos'altro; fatto sta che lui, infelice fra gli infelici, è ancora lì in mezzo il guado. 

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