Ma la fiducia è diversa dalla fede?
Secondo Mario Perniola (in “la Repubblica” del 18 febbraio 2012) "la fiducia significa essere e restare in uno stato di sicurezza e di calma, qualsiasi cosa succeda: non si tratta di convincere o imporre agli altri il proprio punto di vista o addirittura la condivisione di qualche "valore". L´accento è posto sulla condizione di sicurezza del "giusto" che, secondo la Bibbia, riposa sulla sua illimitata fiducia in Jahvé".
"Una cosa completamente diversa è la pístis che è legata al proselitismo e quindi sollecita un'esplicita adesione a una determinata dottrina o religione. Perciò la nozione di fede urta la sensibilità di chi è allergico ai dogmi e alle prediche: essa implica un´intimazione a credere alcunché e a comportarsi in un certo modo. Essa apre la strada all´intolleranza o perlomeno a un sentire esaltato di cui non abbiamo per niente bisogno nel campo etico-politico; lasciamolo alla letteratura e alle arti".
Ma è proprio così? Nella bibbia la fede è essenzialmente un atto di fiducia nel Dio che ha liberato Israele e comporta la pratica di una legge che essenzialmente si identifica con il Decalogo. L'idea che la fede consista nell'adesione incondizionata a un certo numero di dogmi imposti con l'autorità divina è uno sviluppo e in gran parte una degenerazione della fede biblica. Perciò, invece di contrapporre fiducia e fede, sarebbe opportuno ricuperare il senso profondo di una fede che in fondo significa "aver qualcosa in cui credere" e che converge verso la fiducia nel Dio fonte ed espressione di ogni bene.
Inviato lunedì 20 febbraio 2012 alle 12.10 Commenti (4)

Chiesa ed etica sessuale
Se c'è un campo in cui la scollatura tra gerarchia e popolo di Dio è più evidente, questo è certamente l'etica sessuale. Oggi i semplici cristiani sono in genere favorevoli a un pluralismo di concezioni e di prassi in molti campi, come quello del controllo delle nascite, della fecondazione assistita, delle forme di convivenza diverse da quella della famiglia tradizionale e non pensano che lo stato debba interferire nelle scelte personali. Perciò hanno difficoltà a capire perché lo stato dovrebbe proibire o porre ostacoli a scelte diverse da quelle proposte dal Magistero.
Resta però il problema di fondo: qual è il comportamento moralmente corretto in tutti questi campi. Che cosa è permesso a un omosessuale, a un transessuale, a una coppia che non può avere figli, a una coppia di divorziati risposati, a una coppia di giovani che per qualsiasi motivo vogliono rimandare il loro matrimonio? I campi in cui si pone questo interrogativo sono numerosi e oggi si ha la percezione che le risposte tradizionali non siano più adeguate. Ma purtroppo in questi campi, al di là delle indicazioni ufficiali, per lo più disattese, cala il silenzio da parte di preti, teologi, educatori, pastori.
Oggi invece è urgente che di questi temi si parli con la massima libertà. Sta bene che esistano posizioni ufficiali, ma si dovrebbe dare ampia libertà ai moralisti, agli studiosi delle scienze del comportamento, ai pastori e ai diretti interessati di esprimere le loro opinioni in proposito. Solo dal dibattito può venire la luce di cui hanno bisogno le coscienze. E proprio il pluralismo di opinioni è quello che può aiutare il credente a fare le sue scelte. La politica del prendere o lasciare è quella più negativa e apre la porta all'abbandono della pratica religiosa.
Inviato lunedì 13 febbraio 2012 alle 17.07 Commenti (2)

La neve
Ricordo che, quando ero ragazzino, cadeva molta neve. Ma non ricordo che provocasse disguidi analoghi a quelli che capitano oggi. Forse non si sapeva, oppure esistevano mezzi collaudati di difesa. Ma non c'erano i treni ad alta velocità e neppure tutte le costruzioni che ci sono ora. Era un altro mondo che è scomparso per sempre. Era meglio allora oppure oggi? La domanda è fuori luogo. Per ciascuno di noi il meglio è quanto ci capita senza averlo voluto.
Ma tanti disastri di oggi capitano perché non si vuole pagare il prezzo dei benefici che la tecnologia ci offre. Soprattutto è importante la cura del territorio. Dice Dio nel libro della Genesi: "Crescete, moltiplicatevi e dominate la terra". Dominare non vuol dire saccheggiare e neppure abbandonare la terra a se stessa. Vuol dire vigilare, custodire, proteggere. Noi ci siamo moltiplicati a dismisura, ma non ci siamo resi conto che la terra può sostenere un'umanità così numerosa solo a patto che sia bene amministrata.
Molto di ciò che oggi capita è dovuto ai cambiamenti climatici in atto. Potremmo discutere senza fine sulle cause che li provocano, ma una cosa è certa: il clima sta cambiando e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Perciò bisogna investire nella salute del nostro habitat per prevenire i disastri a cui assistiamo spesso impotenti. A questo però non bastano i soldi e le leggi dello stato. Bisogna che tutti si sentano corresponsabili, mettano il loro contributo. E' un campo difficile, nel quale si misura la credibilità non solo delle persone e delle istituzioni, ma anche delle religioni e delle chiese.
Inviato domenica 5 febbraio 2012 alle 16.51 Commenti (2)

La molla della concorrenza
Certo, adesso non si può fare diversamente, ma è triste pensare che la molla dello sviluppo sia la concorrenza. La concorrenza vuol dire lottare, gareggiare a chi riesce meglio o realizza di più, in ultima analisi arricchirsi a spese degli altri. Nella lotta per il primo posto ci saranno sempre i perdenti i quali saranno messi fuori campo e spinti ai margini dell'economia e della società. Con il rischio che, per non essere perdenti, si faccia ricorso a mezzi non del tutto raccomandabili. E per di più, lasciando indietro "pezzi" enormi di umanità che non potranno mai entrare nella logica della concorrenza. Non per nulla, in un momento come quello che stiamo vivendo, le risorse per la cooperazione internazionale sono ridotte al lumicino.
E allora, come fare? Sarà un'utopia, ma mi piace immaginare una società nella quale la molla dello sviluppo sia la solidarietà. E sono certo che un'economia di solidarietà garantirebbe ugualmente un grande sviluppo, con una maggiore ridistribuzione degli utili e l'eliminazione dei conflitti che sono endemici nel nostro pianeta. Quando sento parlare di fondo salva-stati mi sembra che l'utopia si stia realizzando, ma i passi sono ancora molti e la meta lontana.
L'umanità, prima o poi, dovrà incamminarsi per questa via. Perciò non si deve dare per scontata la situazione attuale. Bisogna parlarne, fare esperimenti, portarli alla conoscenza di tutti, formare i giovani. E' una sfida per migliaia, milioni di educatori, volontari, insegnanti, politici, economisti. Ma soprattutto è il campo più promettente di lavoro per la chiesa, la quale deve annunziare il vangelo di colui che ha detto: "Beati i poveri in spirito".
Inviato sabato 28 gennaio 2012 alle 21.23 Commenti (4)

Il potere della parola
Uno dei più grossi poteri nella società odierna è nelle mani di coloro che posseggono i canali di comunicazione. Come viene usato questo potere? il normale cittadino non ha la possibilità di verificare quello che dicono i mezzi di comunicazione, neppure quella che viene dal confronto di fonti diverse. Per cui ciascuno è portato a prendere per buone le informazioni e i commenti che gli vengono da quelle fonti di cui si fida.
Ma c'è un altro problema: in che misura la comunicazione tradizionale riesce veramente a raggiungere la persona. Penso a libri e articoli eccessivamente lunghi e ripetitivi, lo stile involuto, l'assenza delle necessarie informazioni complementari. Spesso si ritiene che un libro o un articolo sia difficile da leggere perché è profondo, e invece il motivo è un altro: è scritto male, con una sintassi complessa che obbliga a rileggere una frase due o tre volte, che nasconde il messaggio sotto una fitta coltre di tecnicismi inutili. E' questo anche il difetto di tante lezioni accademiche o di conferenze al termine delle quali una si domanda: che cosa voleva dire?
Per fortuna oggi qualcosa sta cambiando. Merito dei social networks, in cui i messaggi vengono non porposti o imposti ma scambiati tra persone che si trovano sullo stesso piano. Nessuna comunicazione che sia unidirezionale oggi dovrebbe avere più posto nel campo intellettuale o tecnico. E' questa una ricerca da fare, in modo che il libvello culturale della nostra gente progredisca in proporzione delle scoperte e degli approfondimenti che la scienza permette in tutti i campi.
Inviato lunedì 23 gennaio 2012 alle 19.11 Commenti (2)

La messa domenicale
E' giusto lasciare la propria parrocchia per cercare altrove una messa domenicale conforme ai propri gusti? A prima vista bisognerebbe rispondere di no, perché la parrocchia è il luogo per eccellenza in cui si raduna la comunità locale. Ma purtroppo spesso e volentieri la parrocchia celebra la liturgia in modo molto strutturale, con canti (nel migliore dei casi), predica e riti piuttosto rigidi, senza spazi per lo scambio e la messa in comune della propria ricerca di fede. Non è raro il caso di gente che considera la messa domenicale come una forca caudina attraverso la quale bisogna passare, nonostante la noia e il rigetto.
E allora, ciascuno dovrà essere autorizzato a cercare la messa che gli piace, il prete che parla bene, l'ambiente famigliare? No, non sono proprio d'accordo, perché questa ricerca implica sempre un aspettarsi le cose fatte che coincidano, almeno in una certa misura, con quello che ci si attende. La messa non è un teatro, per vedere il quale è giusto cercare il posto dove è recitato meglio. La messa è un incontro di comunità, e riesce bene quando tutti "recitano" insieme, cioè quando tutti sono coinvolti e si impegnano per dare e ricevere. E allora bisogna spingere in questa direzione nella propria parrocchia, e solo in mancanza di un minimo di apertura e di disponibilità, cercare altrove.
A quando la messa ritornerà a essere quello che era per i primi cristiani? Forse sarà difficile che ciò avvenga in tempi brevi. Ma, se non si arriva a questa meta, dubito che la chiesa possa avere qualche impatto nel mondo moderno
Inviato lunedì 16 gennaio 2012 alle 17.03 Commenti (5)

La salvezza delle anime
Per secoli si è pensato che la fede cristiana, il battesimo e l'ingresso nella chiesa cattolica fossero condizioni essenziali per una salvezza che si compie dopo la morte, mediante l'ingresso in paradiso. Questa convinzione è stata la molla che ha spinto schiere di giovani a lasciare la propria patria e a dedicarsi alla "conversione dei poveri infedeli", con lo scopo esplicito di aprire anche a loro le porte del paradiso.
Oggi il modo di pensare è cambiato. Per ammissione del magistero stesso della chiesa la salvezza si può conseguire anche per altre vie e i bambini che muoiono senza battesimo non sono condannati al limbo ma sono accolti senza difficoltà in paradiso. Nessun missionario confessa più di avere come scopo della sua missione la conversione della gente con cui lavora e tutt'al più chiederà aiuti per rendere più tollerabile la loro vita quaggiù. E nel dialogo con gli esponenti delle altre religioni ci si guarda bene dal dire che la verità appartiene a noi e non a loro e che per salvarsi devono farsi cristiani.
Che cos'è successo? Come mai questo cambiamento così radicale? Forse oggi bisogna prendere coscienza che la salvezza annunziata da Gesù si attua qui in terra, riguarda la convivenza umana quaggiù, anche se con la convinzione che questa salvezza non può venire se non in una relazione profonda con Colui che è al di là, con il Mistero che determina tutto il nostro essere. Ed è su questo cammino che si è posto Gesù con le sue parole, i suoi gesti, la sua morte in croce.
E allora essere cristiani oggi non può significare altro che mettersi al seguito di Gesù e lottare con lui per un mondo migliore. Non è più questione di avere poca o tanta verità, più o meno delle altre religioni, ma di dimostrare con i fatti che il messaggio di Gesù è portatore di salvezza. E parte essenziale di questo messaggio è proprio la capacità di entrare in comunione con tutti quelli che si impegnano per la giustizia e per la pace. Solo quando sapranno fare questo, i cristiani come coloro che aderiscono ad altre religioni dimostreranno di essere veramente espressione del dio che adorano.
Inviato sabato 7 gennaio 2012 alle 18.04 Commenti (4)


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